Parrocchia Sant'Antonio di ALBEROBELLO
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DON LUIGI GUANELLA: SULLA FRONTIERA DELL’EMARGINAZIONE

PRIMA PARTE

Una delle p olemiche e delle accuse più frequenti fatte a don Guanella era sul numero eccessivo dei suoi poveri, sull’eccesiva serie di iniziative che intraprendeva. A tutti pareva troppo. Da ridurre, da ordinare.

Si poneva allora il dilemma: ‘poco e bene’ oppure ‘tanto anche se abborracciato’?

Era un dubbio anche logico, ma più da persona seduta al tavolo a pensare i metodi di assistenza; non però alternativa seria per chi tutti i giorni si trovava davanti a forme vecchie e nuove di miserie e abbandono.

E allora si discuteva, mentre lui operava, sulla sua ‘Arca di Noè’, il disordine, l’irrazionalità; naturalmente alla fase convulsa delle origini, seguiva poi la fase dell’assestamento; ma poiché la fame e la miseria non danno tregua, egli inclinò sempre per il ‘tanto anche se un po’ alla buona’.

Il progresso, come lo vedeva don Guanella, più che creare macchine o solo benessere materiale, doveva migliorare le persone, senza lasciar indietro nessuno. Lo aveva intuito nella sua fantasia infantile; da adulto si rese conto di dover fare qualcosa, il più possibile, per garantire una dignità di vita, di casa, di trattamento, di amicizia per aiutare i ritardati sulla strada del progresso umano e rientrare nella società con sufficiente preparazione e dignità personale: e questo per tutti, anche per coloro che spesso erano dati come irrimediabilmente perduti.

Lo sosteneva una forza di carattere già messa in rilievo: “Timidezze e vie oblique non le conobbi mai!”.

Don Luigi era deciso, volitivo, pratico, ma anche paziente. Aveva pluralità di interessi: l’arte, la natura, le scienze e le tecniche, ma soprattutto per lui contava l’uomo: i rapporti interpersonali, l’amicizia, la dedizione, il servizio. Se personalmente era austero e rigido, ardente e fatto per rompere gli indugi e dissipare le difficoltà, sapeva esser paziente e benevolo, accondiscendente verso chi capiva avere un’andatura più lenta della sua; non solitario, ma reso convinto dalle sue origini montanare del bene della solidarietà; era amico cordiale e lieto, anche allegro, aperto a ogni persona e persuaso che anche l’uomo più grezzo o difficile nasconda tesori preziosi e bellezze da valorizzare.

Molti discutono circa la sua collocazione storica nell’Otto-Novecento politico, socialee cattolico, ma fu in realtà un pastore, specialmente dei poveri, dipendente dai suoi superiori e questo fu anche il suo cruccio profondo: come concordare la grazia e il carisma interiore con l’obbedienza e la coerenza agli impegni assunti; la fede con la ragione e la prudenza. Per alcuni era santo, per altri un matto. Intensamente immerso nel suo presente e profeticamente avanti verso il futuro.

La sua scoperta interiore fu la salda convinzione della paternità di Dio; il grande principio della teologia cristiana fu per lui una rivelazione personale e un’esperienza di vita: un Padre buono che ama e che vuole salvare ogni uomo da ogni miseria morale, fisica e materiale. Anzi all’uomo è concesso di partecipare a questa paternità come trasmissione di amore, di vita, di salvezza. Assunse quindi come sua insegna una croce col cuore e il motto agostiniano: “in omnibus caritas”; l’amore come donazione di vita. La sua vita ha quindi uno stile prop rio: egli si sa collegare a Dio come padre, con una intensa motivazione di fede contemplativa; si intende con Dio colloquiando in lunghe udienze e ore di preghiere, o inviando un sorriso frequente di breve invocazione e tutta la vita è un fiducioso abbandono alla provvidenza del Padre: “ama e sii beato!”.

Ma poi è urgente rivolgersi subito ai fratelli, muovendosi con la stessa vivacità di amore. La pietà verso Dio non deve essere un mantello per contrabbandare inerzia o egoismo; occorre diffondere questo amore del Padre, ricostruire con l’uomo una famiglia cordiale, dove a nessuno incolga male di sorta e ognuno, nel cammino della vita, approdi a meta felice. Ma, avverte, senza illusioni: occorre saper gustare la bellezza della donazione, del sacrificio che genera vita; con un realismo concreto don Guanella afferma la legge del patire; ogni opera, ogni Casa nasce tra le difficoltà e i contrasti: “fame, fumo, freddo, fastidi”.

Nella pratica questo diventava, per i suoi preti e le sue suore, un impegno a darsi direttamente e personalmente, lavorando di mano propria, con cordialità e semplicità; soprattutto in grande povertà.

Egli l’aveva prima vissuta personalmente, comprendendo come questa debba esser realmente condivisa col povero, per percorrere assieme un cammino di progresso.

don Pierino Pellegrini, guanelliano

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